Al Maslakh
 
al maslakh (the slaughterhouse) is a ufo created to publish the unpublishable in the lebanese artistic scene
 



MSLKH 18
ARIHA BRASS QUARTET

AXEL DÖRNER / FRANZ HAUTZINGER / CARL LUDWIG HÜBSCH / MAZEN KERBAJ

Axel Dörner trumpet
Franz Hautzinger trumpet
Mazen Kerbaj trumpet
Carl Ludwig Hübsch tuba

1 Mar Mikhael in The Afternoon 16:23
2 Gemmayzeh Drinks 07:37
3 Armenian Coffee 02:41
4 Hamra Drinks 06:17
5 The Last Supper in Sin el Fil 12:03


all music improvised by dörner, hautzinger, kerbaj and hübsch – recorded (on the 20th and 21st of november 2013) and mastered by fadi tabbal at tunefork studio, beirut – mixed by carl ludwig hübsch, mazen kerbaj and fadi tabbal

artwork & design by mazen kerbaj
inside photo by tony elieh

produced in lebanon by al maslakh



REVIEWS

The visual component of music has seemingly always been given short shrift by critics, and for that matter, listeners too. Except for the rare instances where a person is born with an acute synesthesia, or the ability to see musical notes as colors or shapes, perception of sound is limited to emotion and the sensation of movement i.e. dance music. Improvised music, especially minimalist improvisation practiced by the Ariha Brass Quartet maybe the best avenue for a listener to develop his own form of synesthesia. 
The practitioners here, three trumpeters, Axel Dorner, Franz Hautzinger Mazen Kerbaj and Carl Ludwig Hübsch hoisting a tuba, practice a unique approach to their instruments. Dörner's horn has been featured in the modern jazz ensembles of Alexander von Schlippenbach, Ken Vandermark, and Sven Ake Johansson, and the post-bebop revival bands Peeping Tom and Die Enttäuschung. Similarly, Hautzinger's work in the Max Nagl Ensemble and Hübsch in Michiel Braam's Hybrid 10tet may not prepare you for this otherworldly experience. All four musicians set aside a traditional approach to playing, substituting breathe for notes, abandoning a mouthpiece, and applying amplification to microscopic sounds. 
The quartet recorded this session in Beirut 2013, after a week's residency and performances. The four like-mind players open the disc with "Mar Mikhael in The Afternoon," the longest improvisation at 16-plus minutes. The fluttering of notes is accompanied by the snorting of unseen wild beasts and the coyote howls of brass. Their language, developed in the past 20 years or so, is a direct descendant from the European (as opposed to the American) systems and improvisers such as Derek Bailey, Eddie Prevost's AMM, and Paul Rutherford. 
Stripped of the conventions of noted music, the growls and micro-notes would not be out of place in sci-fi cinema as the backdrop to the silence of an orbiting space station. The squiggles and on/off switches of sounds inhabit the ghosts in the machines of the imagination, but also the rumble and hum of the earth's inner core. "Hamra Drinks" buzzes with the low (really low) bass reverberation and the looping notes of trumpet that take on an organic biologic shape. Each piece conjures a response be it a visual, an emotional, a fragrance, a flavor, or something tactile. Ahira Brass Quartet opens the listening experience to all five senses.
All About Jazz | Mark Corroto

Chi ha seguìto da vicino gli sviluppi della free impro negli ultimi (almeno) due decenni sa bene che il ruolo, anzi il suono, l’essenza stessa dello strumento a fiato è stata rimessa del tutto in discussione: in Europa come oltreoceano si è fatta piazza pulita delle tanto ingombranti quanto seminali e indiscusse eredità del jazz tout-court e si è scelto, in molti casi, di approcciare lo strumento quasi come farebbe un uomo primitivo, o un bambino ben poco avveduto della sfera musicale.
Un percorso che dai luminari degli anni Sessanta passa per l’antiaccademico John Zorn degli esordi più sperimentali - prima del ritorno all’ordine (si fa per dire) con Naked City e Masada - e prosegue in maniere sempre più radicali col sax di John Butcher, i clarinetti di Masahiko Okura e la tromba di Masafumi Ezaki; giungendo all'immediato e ravvicinato presente col decano Vittorino Curci e le sue "Breathing Strategies" (Plus Timbre, 2016), dal cui sassofono non esce neanche un suono ad esso chiaramente riconducibile.
Ma in generale si è trattato quasi sempre di esperienze o puramente soliste, o inserite in un contesto d’ensemble completo, tra archi e percussioni. Si ha dunque ragione di credere che un simile quartetto di soli ottoni non abbia alcun precedente: ma la formazione dell'Ariha Brass Quartet si configura come inedita non soltanto nel riunire due coppie di musicisti di riferimento nel campo dell'improvvisazione, bensì anche nell'intento organico sotteso alla loro sessione libera.
Nella line-up figurano due nomi stellari della tromba come Axel Dörner e Franz Hautzinger, già attivissimi in decine di formazioni e dal comun denominatore di una breve gravitazione nell’orbita degli zeitkratzer; completano il quadr(at)o il trombettista libanese Mazen Kerbaj e la tuba di Carl Ludwig Hübsch, proveniente da Colonia come Dörner.
Se dietro la loro interazione ci fosse un deus ex machina, sarebbe verosimile credere che abbia chiesto loro di produrre suoni antitetici, assieme reali e immaginari, onomatopeici e astratti. Al principio “Mar Mikhael In The Afternoon” sembrerebbe ilfield recording di uno stagno di anatre bioniche, dalle cui gole si leva un canto sgraziato ma non sofferente; è una natura parallela dove man mano la continuità dei suoni va spezzandosi in beat gravi e sotterranei, come coperti da uno spesso strato di feltro; dal grave rimbrottare si passa poi alle indagini più caute e invisibili, dove i quattro giungono ad avvicinare il silenzio assoluto e dunque le sponde orientali dell'onkyokei.
Droni tremolanti, vibrazioni fulminee e cicalecci (“Gemmayzeh Drinks”) disegnano un ecosistema dalle fattezze sempre meno riconoscibili, che pervenendoci per mezzo della sola componente sonora lascia all’immaginazione tutto lo spazio possibile. Possiamo allo stesso modo avvertire il gravitare a mezz’aria di un buffo disco volante, il clangore dei rimasugli spaiati di una catena di montaggio industriale o un dialogo surreale fra vecchi utensili da cucina (“Armenian Coffee”), senza tema di smentita.
Nella realtà dei fatti, evidentemente, abbiamo quattro musicisti impegnati a reinventare con audacia il proprio strumento, incastonando partiture immaginarie che in certi frangenti sconfinano dalla musicalità a tal punto da poterle confondere con collage di natura elettroacustica (“The Last Supper In Sin El Fil”).
Ma è proprio per questa sovrabbondante varietà ed eccentricità di linguaggio che il quartetto Ariha potrebbe affascinare persino certi insospettabili melomani: il processo evolutivo del loro imperscrutabile discorso è talmente brillante da farcene addirittura dimenticare il territorio d’appartenenza - l’ala più radicale dell’avanguardia contemporanea.
Ondarock | Michele Palozzo





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